Enografia · Lezione 19

Lazio

Eccellenze della Viticoltura nel Lazio

3 minuti di lettura
Indice della lezione
  1. Statistiche e Morfologia del Vigneto
  2. I Grandi Bianchi: Malvasia e Trebbiano
  3. Il Recupero dei Vitigni a Bacca Rossa
  4. Il Cesanese del Piglio DOCG

Il territorio vitivinicolo del Lazio fonda la sua assoluta eccellenza e unicità geologica sul profondo impatto dei suoli di origine vulcanica. Questa complessa matrice pedologica, che si concentra in modo particolare nell’area dei Colli Albani e nei bacini dei suggestivi laghi di origine vulcanica di Bolsena, Vico e Nemi, è caratterizzata da terre estremamente permeabili, ricchissime di potassio, fosforo e altri preziosi microelementi. A livello agronomico ed enologico, la natura tufacea e lavica del terreno garantisce un drenaggio idrico perfetto e cede alle viti una formidabile concentrazione minerale, che nel calice si traduce in una spiccata sapidità, grande freschezza e una profonda tensione strutturale. Il clima, prettamente mediterraneo temperato, gode dell’azione mitigatrice del Mar Tirreno e di escursioni termiche ottimali, garantendo il perfetto equilibrio tra l’accumulo di zuccheri e il mantenimento dell’acidità.

Statistiche e Morfologia del Vigneto

Da un punto di vista statistico e morfologico, la regione vanta una superficie vitata di oltre 23.000 ettari, distribuiti per il 54% in fascia collinare, il 26% in aree montane e il 20% in pianura. Questa varietà altimetrica si innesta su una straordinaria frammentazione pedologica, con ben 452 tipi di suoli differenti classificati, offrendo un mosaico ambientale che esalta una viticoltura storicamente dominata (per oltre il 70% della produzione) dalle uve a bacca bianca. La tradizione vitivinicola laziale ha radici antichissime, nate con la civiltà etrusca nel Viterbese e consacrate dall’Antica Roma, che ne fece un elemento centrale della propria civiltà. Nei secoli successivi, la viticoltura fu custodita dai monasteri e magnificata nel Rinascimento da figure storiche di rilievo come Sante Lancerio, bottigliere di Papa Paolo III Farnese, che nel 1559 documentò minuziosamente i grandi vini del territorio.

I Grandi Bianchi: Malvasia e Trebbiano

L’anima bianca del Lazio è storicamente rappresentata da un sapiente assemblaggio di vitigni autoctoni, in particolare la Malvasia (declinata nei biotipi del Lazio, nota anche come Puntinata, e di Candia) e il Trebbiano Toscano, a cui si aggiungono le recenti e preziose riscoperte di varietà territoriali come il Bellone e il Grechetto. Su questa ossatura ampelografica si ergono due denominazioni storiche e leggendarie. La prima è il Frascati, simbolo dell’enologia dei Castelli Romani, che esprime note eleganti di pesca bianca, agrumi e fiori, e che raggiunge i suoi vertici qualitativi nella Frascati Superiore DOCG e nella suadente versione passita Cannellino di Frascati DOCG. La seconda è l’Est! Est!! Est!!! di Montefiascone DOC, coltivato sui terreni vulcanici affacciati sul lago di Bolsena; un bianco dal profilo tagliente e persistente, le cui caratteristiche minerali sono esaltate dalla permeabilità della roccia lavica.

Il Recupero dei Vitigni a Bacca Rossa

Nonostante il netto predominio dei bianchi, il patrimonio a bacca rossa della regione esprime picchi di grandissimo pregio, sorretti da varietà autoctone tenaci. Spicca negli ultimi anni il formidabile lavoro di recupero del Nero Buono, vitigno coltivato tradizionalmente nel territorio di Cori, capace di generare vini scuri, densi, dai profumi terziari molto complessi.

Il Cesanese del Piglio DOCG

Il vertice assoluto della produzione rossista laziale, nonché l’unica denominazione a potersi fregiare della prestigiosa DOCG rossa nella regione, è però il Cesanese del Piglio DOCG. Ottenuto dai cloni Cesanese di Affile e Cesanese Comune (che per disciplinare dominano l’uvaggio), questo vino è un vero gioiello di struttura e longevità. Nel calice, il Cesanese esprime una trama tannica evidente e complessa, un corpo vigoroso e un corredo olfattivo inconfondibile in cui si susseguono intensi aromi di ciliegia matura, frutti rossi, violetta, tabacco e spezie dolci. Le rigide regole produttive e l’attenzione contemporanea alle fermentazioni a temperatura controllata e ai misurati affinamenti in legno (per smussarne l’impeto tannico) stanno permettendo a questo vitigno di competere con le più prestigiose denominazioni italiane.

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