Enografia · Lezione 15

Emilia-Romagna

Due anime lungo la via Emilia

3 minuti di lettura
Indice della lezione
  1. L’Emilia e i Vini Frizzanti
  2. Il Lambrusco e il Metodo Charmat
  3. Gli Altri Rossi Emiliani: Gutturnio e Colli Bolognesi
  4. La Romagna e il Sangiovese
  5. I Bianchi: Trebbiano e Albana

L’Emilia-Romagna vanta una superficie vitata di circa 60.000 ettari, caratterizzata da una distribuzione orografica molto precisa: la regione è per il 50% pianeggiante e ben il 71% delle vigne si trova proprio in pianura, il 24% in collina e solo un 5% in montagna. La viticoltura di questa regione è nettamente spaccata in due, dal punto di vista geologico, culturale e produttivo, dal tracciato storico della Via Emilia.

L’Emilia e i Vini Frizzanti

L’Emilia, la parte occidentale della regione, poggia su terreni prevalentemente pianeggianti ed è il regno indiscusso dei vini frizzanti. Questa identità enologica nasce da una precisa esigenza gastronomica: la ricca e opulenta cucina locale (caratterizzata da grassi animali, salumi come il Culatello, la Mortadella o fritture come lo gnocco fritto) esige l’azione sgrassante e detergente dell’effervescenza e dell’acidità per pulire il palato. Il vitigno simbolo di questa zona è il Lambrusco, la cui famiglia deriva dall’antica Vitis Labrusca citata già da Plinio il Vecchio.

Il Lambrusco e il Metodo Charmat

Dal punto di vista tecnico, se in passato il Lambrusco rifermentava spontaneamente in bottiglia secondo il metodo ancestrale, oggi la stragrande maggioranza della produzione si avvale del Metodo Charmat (o Martinotti). La rifermentazione in grandi autoclavi pressurizzate di acciaio permette di preservare intatti i profumi primari, intensamente fruttati (ciliegia, fragola, mora) e floreali (viola), garantendo al contempo un perlage fine e un perfetto controllo del residuo zuccherino per le versioni secche, amabili o dolci. All’interno di questa famiglia ampelografica, spiccano tre varianti tecniche fondamentali: il Lambrusco di Sorbara DOC, che si distingue per la sua eccezionale finezza, il colore rosso chiaro e la spiccata freschezza; il Lambrusco Grasparossa di Castelvetro DOC, che offre maggiore struttura, un colore scuro e compatto e una trama tannica più avvertibile; e il Lambrusco Salamino di Santa Croce DOC, che trova un perfetto equilibrio tra freschezza e morbidezza. Ad accompagnarli vi sono uve come l’Ancellotta, utilissima per il suo apporto colorante.

Gli Altri Rossi Emiliani: Gutturnio e Colli Bolognesi

L’enologia emiliana non si ferma però al Lambrusco. Nel piacentino dominano le uve a bacca nera Barbera e Croatina (quest’ultima localmente chiamata Bonarda), protagoniste assolute del celebre Gutturnio DOC. Sui Colli Bolognesi trionfa l’uva a bacca bianca Pignoletto, che dà vita all’unica DOCG della zona ovest: la Colli Bolognesi Classico Pignoletto DOCG. Estremamente affascinante è il terroir della DOC Bosco Eliceo, nel ferrarese, dove su terreni puramente sabbiosi prospera il vitigno Fortana (o Uva d’Oro); la sabbia ha impedito l’attacco della fillossera, permettendo ancora oggi la rarissima coltivazione di queste viti a “piede franco”.

La Romagna e il Sangiovese

Oltrepassando Bologna verso est si entra in Romagna, dove il paesaggio diventa marcatamente collinare, degradando verso l’Adriatico, e la produzione si converte radicalmente ai vini fermi e strutturati. Il monarca assoluto a bacca nera è il Sangiovese di Romagna, che costituisce il 15% del vigneto regionale e origina vini decisi, secchi e di notevole struttura, perfetti per l’invecchiamento.

I Bianchi: Trebbiano e Albana

Il panorama a bacca bianca vede una dicotomia tra quantità e qualità estrema. Nelle zone più fertili lungo la Via Emilia domina il Trebbiano Romagnolo per volume e produttività. Tuttavia, il vertice tecnico, storico e legislativo è rappresentato dall’Albana. L’Albana di Romagna DOCG riveste un’importanza fondamentale in quanto è stato il primo vino bianco italiano in assoluto a ottenere il massimo riconoscimento della DOCG. Questo vitigno raggiunge l’apice della sua espressione e complessità nella versione Passita, imponendosi come uno dei migliori vini dolci del panorama nazionale. A chiudere l’architettura romagnola troviamo infine il Pagadebit (clone del Bombino Bianco), diffuso nelle prestigiose colline attorno a Faenza e Forlì.

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